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Le tapparelle erano sollevate solo di qualche centimetro e la luce del sole colpiva quei vecchi pezzi di cristalleria lì, poggiati sopra il mobile nel quale una volta venivano ritirati i piatti e le stoviglie. La polvere filtrava tutto, l’aria era pesante, sapeva di chiuso e di un passato che non c’era più.

Sembrava tutto un gioco all’inizio, una cosa buttata lì quasi per caso, una di quelle cose che dici tra una birra e l’altra con il tuo gruppo di amici.

“Prima o poi lo facciamo!”

“Sì, dai, prima o poi lo facciamo davvero.”

Dall’altra stanza si sentiva arrivare il rumore delle sedie che si muovevano, delle finestre che si spalancavano, degli scatoloni spostati dopo essere rimasti in un angolo per chissà quanto, accumulati, uno sopra l’altro come gli anni trascorsi dall’ultima apertura.

Il nostro viaggio inizia qui, dove l’idea tanto bella e un po’ incosciente di quel gruppo di amici e la luce che è tornata a illuminare i saloni di una vecchia trattoria si sono incontrate.

Un viaggio lungo tre giorni soltanto, dentro una mostra fotografica intima e personale creata per raccontarsi e farsi conoscere; il bancone di un bar aperto, tavoli pronti per chiacchierare e una pista in cemento su cui ballare: persi in un tempo che non c’è più, in una sfocata atmosfera lontana.

Quel gruppo di amici si chiama Quelli del Sabato e questo è il breve racconto della meraviglia che insieme al Circolo Acli di Bellinzago e alle Acli Provinciali di Novara hanno realizzato.

di Mattia Leonardi

Diario di viaggio  — 5 agosto 2016

Giorno 1

Le stanze da ripulire, il bancone da lucidare, i pavimenti da spazzare… L’agitazione riempiva l’aria, i primi segni di nervosismo si facevano sentire tra lo staff, in fondo era la prima volta che ci si metteva in gioco in questa maniera, con un pubblico pronto a testare il lavoro dei ragazzi in tempo reale. Perché questa volta sarebbe stata così: avrebbero lavorato tutti alla stessa maniera, tutti insieme, tutti geni alla pari.

Riaprire un locale richiede pazienza, così come allestirci all’interno una mostra e costruirci intorno una festa lunga 60 ore. Ma sono bastati i primi sorrisi delle persone che sono accorse all’evento per sciogliere la tensione. I curiosi erano tanti: c’era chi voleva scoprire come fosse cambiata la trattoria, chi ci entrava per la prima volta, chi si fermava davanti alle fotografie cercando di capire chi vi fosse ritratto. Alcuni guardavano gli oggetti esposti con attenzione provando a capire a chi si riferissero, altri invece avevano lo sguardo un po’ sognante di chi rimane stordito davanti a qualcosa di così personale.

Il progetto si divide in due parti: la prima ha l’obiettivo di raccontare il protagonista ritraendolo in una fotografia insieme al genitore o al parente che gli è più affine geneticamente, in una stanza della propria casa, quella che più gli appartiene. La seconda è fatta di oggetti: ogni protagonista ne ha scelti tre che racchiudessero la propria essenza.

Dicono sia semplice poi, capire chi siamo specchiandoci negli occhi di chi abbiamo vicino. Ritrovarci in qualcun altro quando non troviamo più noi stessi; lo stesso modo di muovere le mani, quelle piccole rughette intorno al naso, la mano sotto al viso nella stessa identica posizione quando ci si addormenta.

Cose da ricordare e tenere con sé:

1. il “Ma quanto sei bella!” che Ylenia ha urlato in faccia ad una signora appena conosciuta, facendola arrossire

2. la bellezza delle stanze abbandonate al piano superiore con i giornali del 1993 ancora intatti

3. i consigli di stile di Eva (con il rosso non si sbaglia mai) e la calma di Massimo

4. quella leggera esitazione che ha provato il proprietario prima di riappoggiare il piede nel suo locale per rivederlo vivere, la sua commozione

Cose imparate:

1. i generatori li trovi nei prati come i funghi

2. noi somigliamo ai nostri genitori più di quanto non vorremmo ammettere

3. la nostalgia di cose mai vissute esiste, davvero

4. come dice Marco, non bisogna fidarsi di Top Gear America

5. la diversità è un valore aggiunto, punto.

 Diario di viaggio — 6 agosto 2016

Giorno 2

Un sabato mattina d’estate d’agosto alle 9.30 in un bar chiuso da anni. Eppure c’era così tanta gente… Tutti correvano in mezzo alla frenesia dei caffè e dei cappuccini, tutti si davano da fare. Chi in cucina, chi a prendere le ordinazioni, chi dietro al banco. E in mezzo al caos si sentivano solo dei “grazie!” e dei “complimenti!”, e si vedevano sorrisi sinceri e sguardi felici.

Poi il tempo è passato, non si sa come è arrivata la sera e lì sì che le persone quasi non ci stavano più, e a guardar tutto quel movimento non ci si credeva.

Poi è partita la musica e tutto è diventato confuso: le risate delle persone che riempivano la pista si potevano percepire sin dalla fine della strada, una ventina di bambini giocavano nel retro a guardie e ladri e pare che tutte le cose brutte lì dentro, in quel grosso spiazzo, proprio non riuscissero ad entrare.

Cose da ricordare e portare con sé:

1. l’eleganza da principessa che ha Tiziana quando balla

2. le colazioni belle, talmente belle che sembravano quelle miniature che si vedono nelle case delle bambole

3. gli abbracci di Maurino che finiscono sempre con un “ti voglio bene”

4. i segreti di Ilaria che non si possono dire perché sono segreti

Cose imparate:

1. esiste un sindaco del mondo intero e si chiama Luigi

2. se le persone raggiungono un obiettivo comune, dopo averlo fatto, i loro abbracci sono diversi

3. come dice la Manu, se le pernacchie le fai con le orecchie suonano meglio

4. il mojito analcolico è molto buono, ma se fatto dalla mani di Anita diventa spettacolare e il Croperol sarà la moda del futuro, parola di Luca

Diario di viaggio — 7 agosto 2016

Giorno 3

Ancora tazzine vittoriane, torte decorate e muffin soffici. Ancora “grazie!”, ancora “complimenti!”, ancora sorrisi sinceri e sguardi felici. Ma i primi “perché chiudete domani?” e “perché non rimanete aperti di più?” iniziavano ad arrivare. E il sentore di aver fatto qualcosa di bello iniziava a farsi sentire. In alcuni occhi era da poco comparso un velo di malinconia, quella che ti dice che il giorno appena passato è già un ricordo.

di Mattia Leonardi

“È stata una bella idea!”, “Chissà perché nessuno ci ha pensato prima…”, “Certo che se fosse sempre aperto questo posto sarebbe stupendo!”: più le ore della giornata si sommavano più queste parole riecheggiavano tra i corridoi e le tavolate. E pensare che sembrava tutto un gioco, una cosa da niente.

E invece, mentre il tramonto colorava tutto con la sua luce calda, ognuno dei presenti iniziava a capire, dentro di sé, che quei tre giorni non erano stati solo una bella festa, un esperimento ben riuscito.

Tutti avevano iniziato a capirlo, chi più chi meno. I più erano quelli con l’occhietto lucido, leggermente pensierosi, che fissavano la gente divertirsi. I meno, invece, non riuscivano a cogliere del tutto l’importanza di ciò che era stato realizzato. Un po’ per umiltà, un po’ per abitudine.

Di certo c’era che l’aria, lì intorno, era cambiata. Aveva l’odore di novità, il profumo di futuri condivisi e la frizzantezza delle amicizie appena nate.

Di certo c’era che quei tre giorni sarebbero rimasti nel cuore delle persone per molto, molto tempo.

Cose da ricordare e portare con sé:

1. le foto di Fabio

2. i “grazie” quelli veri, che arrivano da dentro

3. la velocità di Damiano nel sistemare le tazzine

4. la soddisfazione di averne fatto parte

Cose imparate:

1. le sedie negli angoli, possibilmente nascoste dietro porte e finestre, sono le più gettonate

2. non è mai troppo tardi per iniziare a suonare uno strumento, come ha fatto Antonino

3. nella vita bisogna avere pazienza, forza di volontà e un briciolo di pazzia, sempre

4. il mondo è pieno di persone belle che fanno cose belle, basta prestargli attenzione.

“I geni sono come i temporali, vanno controvento, terrorizzano la gente e purificano l’aria.”

Søren Kierkegaard